Cari italiani

Eccoci qua, ci siamo arrivati anche noi qui oltreoceano. Siamo molto vicini alla vostra situazione, con qualche differenza, ovviamente.

Innanzitutto, siamo in differita di circa 3 settimane. Le stesse scene e gli stessi commenti che leggevo per l’Italia, si sono ripetuti qui alcune settimane più tardi.

Partiamo dai supermercati, dove lo stesso giorno in cui sono state chise le scuole – giovedì 12 marzo – ci sono state file infinite di genitori e lavoratori in preda al panico da “dispensa da zombieland”. Io a fare la spesa ci sono andata quella domenica mattina, verso le 9, pensando di aver azzeccato la “partenza intelligente “. Povera illusa. Mentre moltissimi scaffali erano già stati riforniti, non si vedeva l’ombra di carta igienica, pollo, lettiera per gatti, farina, uova. Anche il disinfettante per le mani era sparito, ma quello già non si trovava da un paio di settimane.

Come è ovvio, le zone più densamente popolate e quelle maggiormente soggette al traffico internazionale sono quelle dove la pandemia ha subito mostrato la sua forza, vedi New York (New York City, soprattutto, ma anche la sua zona metropolitana), California e stato di Washington. Al momento, è proprio quest’ultimo, insieme a New York, lo stato che sta soffrendo di più per il nuovo coronavirus, e noi qui in Connecticut, ci troviamo proprio al confine con l’Empire State.

Qui in Connecticut siamo attualmente alla terza settimana di lezioni online nelle università e nelle scuole, e da lunedì 23 marzo anche qui è stato dato l’ordine di rimanere a casa. Tenete sempre conto che quando sentite qualche notizia riguardante gli Stati Uniti, state sentendo una cosa riferita ad una nazione vasta più dell’Europa con 330 milioni di abitanti. Per cui: a) la densità di popolazione è molto inferiore rispetto a voi b) alcune ordinanze sono in vigore a livello statale e non federale. Per cui se lo stato di New York dichiara il lock down, non significa che l’America sia in lock down. Anzi, in molti stati le scuole sono aperte e non c’è un obbligo di quarantena.
Qui da noi e’ tutto chiuso, a parte le attivita’ considerate indispensabili. Bar e ristoranti fanno solo take away e palestre e centri yoga si stanno sbizzarrendo ad offrire sessioni online su Instagram live o Facebook. Scusa istruttore, ma io gli affondi mentre piego la biancheria lavata non li faccio.
Le mascherine non le mette quasi nessuno in giro. Penso di averne vista solo una l’altra sera al supermercato. I vari messaggi alla popolazione invitano a non sottrarle al personale sanitario, che e’ quello che ne ha realmente bisogno.

Diciamo che da questa esperienza stiamo imparando che:
– d’ora in poi guarderemo sempre i nostri colleghi con il filtro del loro sfondo di video conferenza (“Certo che quello del marketing ha dei quadri orrobili in sala”);
– il bidet si e’ rivelato l’oggetto italiano piu’ invidiato d’America. Altro che la Lamborghini o il Brunello di Montalcino;
– vivremo con il dubbio continuo di chissa’ cosa stava facendo la collega che ha tenuto la videocamera spenta durante quel meeting su Zoom;
– la scusa di non aver letto alcuni libri o fatto alcune cose perche’ “non ho mai tempo” era una cagata, perche’ non le stiamo facendo nemmeno ora;
– I carrelli della spesa non li aveva mai disinfettati nessuno fino a due mesi fa. Ora sono probabilmente piu’ puliti di casa mia.

Mia figlia va ancora al nido; e’ un nido familiare con una capacita’ massima di 6 bambini per legge, e tutti i centri con meno di 12 persone sono autorizzati a rimanere aperti. Per fortuna, visto che altrimenti la mia produttivita’ calerebbe all’incirca del 100%.

E’ molto strano pensare che meno di 3 mesi fa – il 10 di gennaio – sentivamo per la prima volta parlare di un decesso causato in Cina da un nuovo coronvirus. E oggi dall’India, al Brasile, dal Giappone, all’Italia non si fa che parlare di questo. Le scuole in 5 continenti sono state o sono ancora sospese e in diverse nazioni del mondo ci troviamo tutti a dover rispettare il famoso “social distancing”, pere non parlare dell’hashtag #stayhome che impazza sul web.
Nonostante le varie polemiche che leggo sulla stampa o social media italiani a proposito della gestione italiana di questo problema, sono molto vicina alla mia Italia e al momento difficile che sta passando. Anche perche’ fare la quarantena qui, nella America suburban, non e’ niente in confronto a farla in un appartamento in Lombardia. E cerco di spiegarlo qui ad amici e colleghi che sono abituati invece al giardino davanti e dietro casa, la taverna, magari due piani a disposizione… Forza, italiani, continuate cosi’. Ce la farete.

Almeno voi non avete quello che si aspetta tornare alla normalita’ entro Pasqua.

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