Pancioni all’estero

È da parecchio tempo che penso al contenuto di questo post. A dire il vero ci sto ancora pensando e ho parecchie idee ma confuse. Così ho deciso iniziare a metterle per iscritto, che magari dando il La lee idee iniziano a mettersi a posto da sole.

Per lo meno so che questo post parlerà di una cosa in particolare: vivere qui in un momento unico della vita, ossia quello della gravidanza. Aspetto un bambino che nascerà a settembre. Tra il fatto che fossi preoccupata per come sarebbe stato affrontare una gravidanza lontana da casa, e il fatto che alcuni parenti e amici mi abbiamo chiesto se volessi tornare in Italia per il parto, ho pensato che mettere queste idee per iscritto non è una cattiva idea.

Innanzitutto no, solo perché non vivi in Italia non significa che vuoi o devi tornare a casa per avere un bambino. Anche i conoscenti di una mia amica tedesca espatriata qui in Connecticut le avevano posto la stessa domanda quando era rimasta incinta. Vivessimo in Nepal o in Ghana capirei la domanda: non si ricevono tante notizie in Italia da questi Paesi, ci si immagina un sistema sociale e sanitario antiquato e ci si preoccupa. Ma il Connecticut, gli Stati Uniti..davvero? Vivo a dieci minuti da ospedali di fama mondiale dove pazienti da tutto il mondo si fanno ricoverare per ricevere le cure migliori. Davvero, non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di tornare in Italia per partorire. Il tuo medico è qui, la tua vita è qui, il tuo lavoro è qui. Sì, anche il parto sarà qui.

Che poi non sia tutto rose e fiori, questo  è ovvio: per esempio dopo il parto lascerò l’ospedale con un conto di qualche migliaio di dollari. Perchè qui i soldi non te li tolgono prima dalla busta paga con tasse e contributi (almeno non quelli per la sanità, le tasse sono parecchio inferiori all’Italia), ma te li chiedono quando hai una spesa. Come il ricovero per il parto, le ecografie, gli esami del sangue, le altre visite varie.

Come si sta invece lontani da casa quando si aspetta un bambino? Considerato che stare lontano da casa non mi ha mai spezzato il cuore, posso dire che si sta bene. La differenza principale è che si hanno meno possibilità di parlare con conoscenti e amici “di casa” e di confrontarsi sul tema. In pratica, se fossi a casa potrei passare un pomeriggio da mia nonna o uscire per un gelato con un’amica con bambini o incinta e parlare. Posso farlo qui? Certo che sì, semplicemente cambiano le persone, e mancano gli amici di una vita.

Un altro aspetto curioso che ho notato, è che vivendo in un Paese non italofono, ho imparato un sacco di termini medici relativi alla gravidanza e di termini più quotidiani di oggetti e strumenti per bambini, e mi rendo conto a volte di non conoscerne o di non ricordarne la traduzione in italiano. Ed è così che in una telefonata a mia sorella o ad un’amica, mi blocco per un secondo per cercare la traduzione di “breast pump” (tiralatte), “anatomy scan” (ecografia morfologica) o per cercare di descrivere con qualche perifrasi “cloth diapers” (pannolini ecologici) o “baby car seat” (ovetto). Un po’ come se stessi imparando l’italiano. E invece semplicemente si tratta di una vocabolario che ho usato talmente poco nella mia lingua materna, ma che ora invece uso continuamente in inglese.

Ah, un’altra differenza del vivere la gravidanza qui è che posso scordarmi i 5 mesi per legge di maternità pagata e tutte le possibili estensione con stipendio ridotto. La prima volta che sento qualche mamma italiana lamentarsi delle tasse che paga, le vorrei ricordare che negli Stati Uniti tutte le donne che aspettano un bambino si trovano in una situazione ben differente. Non esiste una legge a livello federale che consente di rimanere a casa prendendo lo stipendio. Esiste una legge che consente di restare a casa per 12 settimane senza che il posto di lavoro posso venire assegnato ad altri o eliminato. Ma un sacco di famiglie non potendo permetterselo, si trovano davanti alla scelta di tornare al lavoro il prima possibile dopo la nascita del bambino, concesso che ci sia qualcuno che posso prendersi cura del neonato, o di lasciare il lavoro e la carriera perché le spese per il nido sarebbero superiori a quelle dello stipendio. Poi invece capita che sei fortunata e lavori per un datore che offre 3 settimane pagate, o 6 settimane pagate, o 5 mesi pagati. Ma non è la norma. Anzi.

Cosa farò io? Penso, imprevisti permettendo, di lavorare fino alla settimana della scadenza. Da lì starò a casa 6 settimane per la maternità, a cui aggiungerò alcune settimane di mie ferie per poter ricevere lo stipendio continuando a stare a casa. Dopo un massimo di 3 mesi però rientrerò al lavoro, full time. Come fanno tutte le mamme d’America, tranne quelle che al lavoro decidono di non tornarci del tutto.

E poi potremmo parlare di tutti quegli usi e costumi a proposito di neonati e gravidanze, ma forse per questo possiamo aspettare il prossimo post.

Leave a Reply